Scrivi con il dolore. Pubblichi senza

Avevo letto tempo fa in un libro che siamo capaci di scrivere e far venire fuori noi stessi solo quando soffriamo, quando c’è qualcosa di cui possiamo lamentarci, per la quale possiamo farci compatire.

Ed in effetti è così. Quando si soffre, per qualcosa o qualcuno la prima cosa che faccio è inforcare carta e penna, o mouse e tastiera e mettermi a scrivere, come posseduta da un flusso di coscenza che senza pensarci bene prende ed esce dalla mia testa direttamente verso le dita, senza passare per occhi, bocca e cervello.

Riempio pagine vuote e pixel che si anneriscono sullo schermo. Completo quaderni, block notes e post it senza uno scopo ben preciso, se non quello di svuotare la mente e rileggermi poi con un approccio distaccato per cercare di capire, analizzare e consigliare me stessa verso la direzione giusta da intraprendere.
Scrivo con l’input del dolore e poi finisco a scrivere qualsiasi cosa, dalla più nera recensione di una serata alla più rosea storia d’amore.

Sono fatta così, potrei affermarlo guardandoti negli occhi. Mi piace pensare, analizzare, approfondire e chi più ne ha più ne metta!


Ma, c’è sempre un MA

Passano settimane, se non mesi, da quando un pensiero viene scritto a quando diventa pubblico. Nel frattempo viene accentuato o sminuito, modificato, cancellato o riscritto. Perchè alla fine privacy e riservatezza non si comprano al mercato e nessuno oltre me legge gli originali.
Io vi do spunti, mica vi dico tutta la verità. O forse si?

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1 Comment

  1. Siamo una massa di depressi, di infelici…e non pensiamo realmente a chi sta realmente peggio di noi per cui il nostro atteggiamento sembra proprio una bestemmia.

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Se fossi nata renna, sarei stata una sovversiva. Mi sarei ribellata a quel grassone con la barba bianca e non avrei mai collaborato, pacificamente, per la consegna dei regali

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