Le persone stanno perdendo il birillo.
Ma sul serio.

Si fregiano di meriti, competenze ed esperienze che non posseggono. Cercano di cavalcare l’onda della moda, di quello che tira di più per cercare di farne motivo di lucro. Qualche giorno fa curiosavo su linkedin. E sono andata di profilo in profilo, senza una meta vera e propria, senza uno scopo o la voglia di sapere gli affari personali di qualcuno. Semplicemente così, per gioco, per riempitempo. E sono incappata in bugie talmente grosse che non so con che faccia tosta qualcuno le tenga pubblicate vicino al proprio nome.

Persone che hanno mollato l’università mentre erano in corso con me che si definiscono ingegneri
E va beh.
Blogger che si autoproclamano digital PR and strategies consultant
E va beh.
Persone che ho sentito “non parlare” all’estero e si inseriscono 3 lingue nel cv tutte con la dicitura “esperto” vicino
E va beh.

Linkedin sta -ahimè – perdendo la sua autorevolezza, diventando un po’ il facebook dell’inizio. Dove si pubblicava la foto in controluce, con gli occhiali da sole grossi e qualche anno in meno sullo stato attuale. La si spacciava per quella fatta per caso poche ore prima. Tutto per creare quell’alone di mistero mescolato alla fantasia di essere più belli così. Come se invecchiare, crescere, cambiare forma e colore fosse un delitto. Proprio come se ammettere di non aver mai studiato francese fosse un’onta da lavare via quanto prima.

A me sembra tutto un po’ ridicolo, tanto cosa pensano? Che nel momento del colloquio le referenze non siano richieste? Le lingue non siano affrontate? Che le skills non siano verificate attraverso prove mirate?
Creare grandi aspettative per poi deludere rapidamente. Non ne capisco il senso. E non lo comprendo perchè di colloqui ne ho sostenuti parecchi, in svariati campi e da quelli ho imparato moltissimo. Primo fra tutto ho imparato che i nodi vengono al pettine, vendersi per quello che non si è si dimostrerà controproducente e che ottenere un lavoro per il quale non abbiamo abbastanza conoscenze non sarà un bene nè per noi nè per chi ha investito sulla nostra persona.

Dall’altro lato mi metto un po’ nei panni di chi ha studiato, per esempio, prendiamo una ragazza che lavora in agenzia a fare la digital PR, la chiamerò A. Domani si vede mettere vicina di scrivania la blogger B che ha aperto un blog di outfit e quotidianamente obbliga il suo fidanzato-fotografo-aiuto-assistente a scattarle le foto con addosso gli abiti più assurdi. A e B magari si conoscono anche perchè A ha invitato B ad una serie di eventi, per poi leggerne sul blog o vedere alcuni capi indossati.
A ha passato gli anni dell’università a studiare marketing, strategia aziendale, comunicazione scritta, verbale, on line, su carta stampata. A ha lavorato mesi sotto stage non retribuiti per fare esperienza, per imparare sul campo, per applicare ciò che faceva parte del suo background solo in merito alla carta stampata. B non sa fare nulla, o quasi. Si veste e si fa scattare ma non ha mai studiato, non ha fatto stage ne nulla. Ma su twitter a xmila follower (comprati qualche anno prima magari) e le quindicenni le commentano gli outfit post. Ha iniziato a collaborare in agenzia come blogger per poi iniziare a stackerare le persone giuste e passare dall’altro lato. Ecco, io se fossi A la prenderei a testate.
Così, tanto per dire.
Anche perchè -e per questo ringrazio ogni mattina quando varco la soglia del mio ufficio in centro- una fashion blogger non me la ritroverò mai come vicina di scrivania.

Per tutte le A che non conosco, e che conosco, c’è solo questo da dire: fatevi forza, tutti i nodi vengono al pettine!

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