Farfuglia. Ha gli occhi chiusi.
Tu accanto, nel silenzio velato. Quello che sembra attutito dalla neve che cade fuori, al di la del vetro. Che ti sveglierai domani con la sveglia e speri di vedere il bianco, quello morbido e lattiginoso.

Farfuglia, parole incomprensibili.
Dicono che i sogni, i desideri, gli incubi e le parole nel sonno siano frutto dell’inconscio. Dicono che ad occhi chiusi si é più noi stessi, che abbassiamo le difese e lasciamo fluire ciò che custodiamo nel cuore, dicono che togliamo quel film invisibile come carta velina che ci separa dal mondo fuori.
Dicono che la parte migliore di noi sia lì, nascosta da sovrastrutture, da meccanismi mentali che ci costruiamo con il tempo, con il dolore. Dicono che nasciamo senza filtri e poi li andiamo sovrapponendo uno sull’altro fino a distorcere l’immagine, fino a mutarne il colore e, se possibile, la forma come passandola attraverso un caleidoscopio.

E poi nel buio, senti che ti chiama Amore, e vorresti svegliarlo, digli parole che la tua menta frulla veloce, baciarlo e creare un noi che ha bisogno di tempo.
Vorresti, ed invece resti immobile con il sorriso e la voglia di fermare il tempo fra il sogno e l’inconscio

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