così stanca da piangere

Lo confesso. Suonerà come un post di auto commiserazione, ma più che altro credo che mettere nero su bianco un pensiero possa sempre aiutare un po’ a vederlo “da fuori”

E’ due sere che sfioro il pianto. Ci arrivo vicina vicina poi la testa mi ordina di non farlo, che non servirebbe. Ingoio e cerco di far prevalere la ragione sull’emozione.
Sono due sere che mi rendo conto di muovermi, interagire, editare e scattare, fare, ordinare, excellare, scrivere mail solo per dovere, obbligo ed aspettative. Devo chiudere cose, scrivere report, customizzare tutto, dalla spesa alla lavatrice, dalla lavanderia alla pedicure. Ho l’agenda che trabocca di note, la mia testa in fusione e domani alle 6.30 un volo.
Sto toccando la sensazione di essere alla frutta.
Di sentire il tempo che mi scorre via, di guardare l’orologio e rendermi conto che è notte e io non mi sono ancora seduta. Si fanno le 23 e si va a letto, passo così dal lavare i piatti e stendere la lavatrice al compilare veloce la mail che sta lì in attesa di essere scritta e poi mi ritrovo a letto, senza decantare, senza dare nemmeno il tempo al mio cervello di capire che può andare in stand-by anche solo quei 4 minuti prima di spegnersi.

Ho sfiorato il pianto, quello esasperato di chi non riesce a fermarsi, di chi perde il contatto con la realtà sepolta dai “devo”, dal telefono che squilla, dal boss che alle 18.30 mentre tu stai spegnendo il pc ti manda la mail che ti svolta la serata.
Ieri sera mi sono obbligata ad andare in palestra, per cercare di staccare la spina, per trasformare in energia la tensione. Ho corso un po’, biciclettato e lasciato che il cervello per un attimo si lasciasse distrarre dalle persone, dai colori, dalla piscina sotto di me dove l’acqua si muoveva fluida. Ho lasciato che il sudore e la fatica prendessero il sopravvento, che il dolore fisico di quando arrivi al fondo mi sfiorasse. Ho dato tutto quello che potevo, sperando che l’energia profusa potesse compensare il resto

Arrivata a casa, la realtà ha ripreso il potere, e mentre wetransfer scaricava le foto, il phon finiva il lavoro sui capelli bagnati, il pigiama prendeva il posto dei jeans e le tovagliette comparivano sul tavolo (ovviamente tutto simultaneamente) mi sono resa conto che l’unica cosa che avrei voluto fare sarebbe stata quella di farmi chiudere in un abbraccio, nel silenzio del divano, ascoltando la pioggia che batteva sui vetri a pochi metri da me.
Ho realizzato che tutto lo stress, la stanchezza e le responsabilità svaniscono in un abbraccio, che ho desiderato più del cibo nel piatto, più del profumo della doccia, più della sensazione di pulito che provi quando stendi i panni bagnati. Ho capito che quello di cui avevo bisogno era solo quello, un abbraccio in un cui sciogliere il nodo che sento dentro la testa. Un abbraccio in cui piangere la tensione che mi attanaglia, che mi fa venire i crampi alla mano destra quando digito troppo veloce, che mi assale sotto forma di mal di testa quando lavoro troppe ore di seguito su excel.

Avrei solo voluto quello, per perdermici dentro, per sentirmi speciale, anche solo pochi minuti, per avere la sensazione di essere amata ed apprezzata per quello che sono, per l’impegno che impiego ogni giorno, per il mio tentativo costante di lasciare la casa, le cose, il lavoro, il sito e tutto il resto sempre in ordine, sempre funzionante, sempre accogliente.

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3 Comments

  1. Carissima Laura ,
    io ho vissuto con questa identica sensazione per anni, fino a rischiare di amalarmi .
    Io non ho ben capito che lavoro fai e quanti anni hai , probabilmente fai questi ritmi da tanto tempo.
    Io lavoravo 10-12 ore al giorno, qualche volta 16, la sera tornavo a casa, mi cambiavo, andavo a montare il mio cavallo . Il week end, mentre altre donne in 3 ore mettevano in ordine la casa, io ci mettevo 3 ore a tirarmi in piedi. Piangendo. Da sola.
    Anch’io non riesco a lasciare indietro qualcosa, piuttosto mi ammazzo, ma la casa è in ordine e deve essere tutto perfetto. Perché? Forse perché mia madre era una donna perfetta ….. ma questo è un’altra storia.
    Io ti mando questo abbraccio, stretto, forte, purtroppo virtuale. Quando ci vedremo te lo do di persona.
    Se hai bisogno mi puoi scrivere in privato . Martina
    BloggHer women’s kaleidoscope

    • Grazie, immensamente grazie. Sentire di non essere sola a volte è sufficiente per stare meglio! E l’abbraccio, anche se virtuale, è bellissimo! :)
      Laura

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Se fossi nata renna, sarei stata una sovversiva. Mi sarei ribellata a quel grassone con la barba bianca e non avrei mai collaborato, pacificamente, per la consegna dei regali

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