Qualche giorno fa scrivevo che non ho fatto l’asilo ed una ragazza mi ha scritto una mail dicendomi che era dispiaciuta per questo mio trauma infantile.

Trauma infantile?!
Ma de chè?

Mamma aveva tempo e pazienza per insegnarmi a casa e papà si spostava di continuo per lavoro e noi con lui, fare l’asilo era impensabile. Sono arrivata in prima elementare che sapevo leggere e scrivere molto meglio dei miei compagni, e durante il primo mese ho pure finto di non saperlo fare bene per non essere l’emarginata del gruppo, che già non ero molto avvantaggiata dall’essere l’unica “arrivata da fuori”

Grazie al cielo – ed al raziocinio di papà – le scuole le ho fatte tutte in un posto, al mare. Ma devo ammettere che, anche se così non fosse stato, sarei “sopravvissuta” comunque. Quando nasci “in movimento” ti affezioni ai luoghi ma fino ad un certo punto, nel senso che ci sono città, luoghi e paesaggi che porto nel cuore, ma per i quali non faccio una tragedia se Milano non è la stessa cosa. Appena ho potuto mi sono spostata, d’altronde il viaggio ce l’ho nel sangue e vivere in un’altra città non mi spaventa.

Mi spaventano invece quelli che nascono, vivono e muoiono nello stesso posto del mondo, come se il resto del pianeta non avesse nessuna importanza per loro, come se incontrare persone e colori differenti potesse fargli del male. Come se il sole non fosse così brillante visto da un altro meridiano. Come se la frutta perdesse sapore ed il cielo colore. Adesso non dico che tutti devono girare il mondo ed andarsi a stabilire in Australia, ma vivere almeno un anno in una città che non sia quella della bambagia dove mamma&papà ti aiutano a fare tutto potrebbe servirti nella vita, ad aprire gli occhi, rimboccarti le maniche, metterti alla prova e scoprire i tuoi limiti.

A me ha cambiato la vita, mi ha reso una persona migliore, asilo o no
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